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I miei anni a Cortemaggiore

A Cortemaggiore ho vissuto la magia della mia adolescenza.

Tornavo, era come andare in paradiso.Partivo,ogni volta uno schianto.

Vivevo altrove, ma i miei amici erano tutti a Corte. Nel tempo della vita in cui gli amici sono sponde da cui scrutare nuovi orizzonti o ripari nelle tempeste. La domenica mattina ci radunavamo sul sagrato della chiesa. Chi usciva da messa, chi arrivava forse da casa. Passavamo lunghi pomeriggi e intere serate a chiacchierare : all’Oratorio dove si formava il tavolo e si aggiungevano tavoli allargandosi la compagnia, sulle panchine della piazza o dei giardini e sempre a parlare, scherzare , ridere di non so più cosa per ore ed ore.

Poi arrivarono gli anni delle feste che organizzavamo perché fossero perfette. Ballavano a ritmo della discomusic o dei lenti che si aspettavano sperando poi con trepidazione che proprio quel lui ci invitasse a ballare. Ecco, il paradiso! Ricordo il salone dell’Oratorio a Capodanno nella penombra delle luci psichedeliche con G. e K. che, ammiratissimi, interpretavano More than a Woman a leggeri passi di danza. Poi tutti insieme e a coppie YMCA dei Village People. Il primo gennaio la festa continuava nel pomeriggio, per finire bibite e panettoni e perché ciò che si fa il primo dell’anno

si farà poi tutto l’anno.

Quegli anni sono scolpiti nella mia memoria .Intrisi di emozioni. Indelebili.

Silvia Mancinelli

Carnevale

Il Carnevale non è mai stata la mia festa preferita, almeno dal momento in cui mi sono reso conto  che le clave di plastica imbottite con la sabbia o la carta di giornale bagnata potevano fare molto male…Eppure c’era stato anche un periodo dove  a noi bambini bastava una maschera di cartoncino stampato, con le sembianze di personaggi delle favole come Pinocchio, il Gatto e la Volpe o la Fata dai capelli Turchini. Avevano un elastico che si rompeva subito, due piccoli fori sugli occhi e sulla bocca, sostituiti qualche anno dopo da maschere di plastica che ti avvolgevano il viso per intero , solo che con il vapore e il sudore si riempivano di umidità e perciò, non riuscendo a respirare, venivano accantonate molto presto. Ma il vero pezzo “cult” dei nostri carnevali era il vestito da Zorro. Alle elementari la mia classe contava una ventina di Zorro, mentre la sezione femminile una ventina di Fatine (l’equivalente femminile del costume da Zorro). Devo confessare a distanza di tanti anni che Zorro non mi stava molto simpatico, questa cosa che tutti fossero Zorro con gli stessi spadini flessibili, gli stessi baffetti fatti con la matita del trucco della mamma e gli stessi cappellini mi portava a preferire l’indiano. Poi naturalmente non mancavano cowboy,  moschettieri e anche qualche Pierrot, sempre molto immedesimati nelle loro espressioni tristi visto che , obbligati probabilmente dalla mamma a vestirsi in quel modo, venivano puntualmente presi in giro dai ragazzi più grandi. Quante corse e inseguimenti nei corridoi dell’ oratorio, tra coriandoli, stelle filanti e bombette puzzolenti. Naturalmente il vincitore dell’immancabile concorso era sempre un costume originale, spesso preparato a casa dal genitore proprio per l’occasione.  I nostri costumi da cartoleria difficilmente potevano ambire a qualche premio…. Poi con gli anni gli Zorro, i Cowboy o i Moschettieri, venivano accantonati in cantina o passati eventualmente al fratello o alla sorella più piccoli.  Per i ragazzi più grandi era sufficiente mettersi addosso quello che si riusciva a raccattare dentro i bauli delle soffitte e bastava un mozzicone di legno bruciacchiato per disegnare i baffi o la barba finta sul viso, con un tabarro e un cappellaccio che invece di far divertire mettevano paura ai più piccoli. E i coriandoli e le stelle filanti venivano sostituite dalle clave di plastica che i ragazzi più “vivaci” riempivano di sabbia o carta di giornale (nei Carnevali più freddi c’era anche la variante neve….).  In quei periodi vigeva una specie di coprifuoco e non era molto salutare girare per le vie del paese. Ognuno di noi penso che nella sua gioventù sia stato vittima di un inseguimento da parte di “focosi” coetanei  che volevano assestare qualche colpo di clava e che abbia ricevuto almeno una volta una bastonata in testa, sperando sempre di essere colpito da una clava vuota. E le ragazze non potevano pensare di essere immuni da tutto questo anche se per loro c’era l’incubo della bomboletta di schiuma da barba (dopo tanti anni ho ancora il ricordo dell’aria che sapeva di schiuma).  Nessuna ragazza in quel periodo era così ingenua da indossare una pelliccia e spesso uscivano accompagnate da qualcuno. Naturalmente  i giubbotti da portare in lavanderia  erano parecchi…  I nostri non erano sicuramente Carnevali sofisticati come quelli della vicina Busseto, con la maestosità dei loro carri allegorici, ma sicuramente molto meglio di quelli attuali, dove mi pare che più per i figli Carnevale sia una festa per i genitori. Questo è il periodo dei bambini agghindati pronti a finire su Facebook, Instagram e Twitter. Mi sembra ormai una festa che non dice nulla, che ha dei contorni color seppia, come quelli sbiaditi di una vecchia foto

Mario Cavalli

Ricordi di nonna, anzi bisnonna !

Mia nonna, anzi la mia bisnonna, era nata nel 1890 e quella data mi aveva sempre fatto un certo effetto. Aveva visto la morte di Verdi, l’assassino di Re Umberto, due guerre mondiali, la Belle Epoque, la nascita del fascismo e la sua caduta, il primo ed il secondo dopoguerra e tutta l’evoluzione tecnico e scientifica del ventesimo secolo. Per un bambino come me, affascinato dalla storia contemporanea, era un piacere ascoltare dalla sua voce avvenimenti che lei aveva vissuto in prima persona. Mio nonno, anzi il mio bisnonno, era addirittura del 1880, ma essendo morto nel 1964 ho ricordi molto confusi di lui. Una vita dura quella di mia nonna, come per tante donne in quegli anni, originaria della Romagna, aveva seguito suo figlio frate (mio zio padre Teofilo) nel suo peregrinare nei conventi del Nord Italia, prima Lugo di Romagna, poi Genova, con i primi bombardamenti dal mare e quando mio zio fu trasferito nel Convento di Cortemaggiore, uno sconosciuto, almeno per i miei nonni,  paesino della Pianura Padana ancora lontano da diventare Supercortemaggiore, aveva preferito tornare nei suoi luoghi di origine, sulle colline sopra Rimini. Ma nei primi mesi del 1945, con la linea Gotica che scatenava la sua furia proprio sulla Romagna, aveva intrapreso a piedi con un carretto trascinato da mio nonno e con sopra mia madre bambina e mia zia Teresina, l’ennesimo viaggio della speranza, questa volta verso Cortemaggiore, avendo saputo da mio zio frate che in quelle zone la guerra aveva picchiato meno. Un viaggio durato settimane, attraversando tutta la Via Emilia, sotto ai continui bombardamenti e ai tanti pericoli di quel periodo buio. Non mi sarei mai stancato di ascoltare da mia nonna o da mia zia la storia di quel viaggio che per un bambino come me, e non solo, aveva il sapore di un’avventura ai confini della realtà. E così una perfetta “adzora” romagnola si era trovata catapultata nel centro della Pianura Padana. Nella stessa Regione di partenza ma con differenze non certo trascurabili per lei. Niente mare, niente dolci colline dell’ entroterra, ma solo una piatta distesa di campi, intervallati da torrenti e canali di irrigazione. E la nebbia, fino a quei tempi per lei sconosciuta…Ma il problema maggiore almeno agli inizi era stata sicuramente la cucina. Quante piadine ho mangiato da bambino, purtroppo quasi sempre con la verdura…Poi piano piano l’integrazione in questa nuova realtà che andava di pari passo con l’espansione del paese dopo la scoperta del petrolio. Mio nonno aveva imparato a menadito  la strada che portava all’ Osteria di Santi, il Convento dei frati era per noi un importante punto di riferimento visto che mio zio era il responsabile del Collegio francescano e mia nonna aveva anche iniziato a cucinare i tortelli di erbetta e gli anolini (purtroppo ai pisarei e ai chisolini non ci siamo arrivati…). Il tipico accento romagnolo non lo aveva perso naturalmente, ma si sentiva ormai una vera magiostrina tanto che alla sua morte non volle tornare in Romagna accanto ai suoi genitori e alle sue sorelle,  ma riposare nel cimitero di quel  paese che le aveva offerto una nuova opportunità di vita.

Mario Cavalli

Nella foto la mia bisnonna con accanto mio zio Padre Teofilo e mia nonna, purtroppo mai conosciuta perché morta nel 1940 poco dopo la nascita di mia madre.

Gennaio 1985

Gennaio 1985 neve, neve, neve e ancora neve…. 

In pochi giorni, tutta quella che era caduta, aveva stravolto il paesaggio e Cortemaggiore, sommerso, sembrava un paese nuovo. La neve aveva coperto tutto. 

In un silenzio irreale, affondando le gambe fino alle ginocchia , quel giorno, con gli amici, ci siamo fatti strada a fatica verso i giardini trasformati di colpo e come per magia , in un immenso parco di divertimenti. Dopo un breve momento di meraviglia e stupore, per il paesaggio fiabesco  che appariva davanti a noi, ricordo l’irresistibile  tentazione comune  e praticamente simultanea,  di lasciarci cadere abbandonati, chi di pancia chi di schiena, tuffati nel soffice manto bianco , ridendo di gusto per quelle sensazioni nuove e  per quel senso di improvvisa inaspettata libertà. Mangiare la neve, lanciarsela addosso, modellarla per scatenare  altre risate. Che gioia ! Le scuole restarono chiuse in quel periodo ed il solito mondo sembrava essersi fermato. A noi ragazzi , liberati di grazia da impegni di studio , non restò che goderci il regalo inaspettato  di quel tempo sospeso in uno scenario irreale. 

Elisabetta Corti

Via Rubini

Cortemaggiore mi ha visto perlopiù bambina.
Viarubiniventicinque, risuona nella mia mente come un campanello che risveglia memorie, e rivedo il portone d’ingresso e il corridoio al piano terra che portava al cortile, sì, quello dei giochi bambini di tutti noi piccoli del numero 25. Il cortile coi fiori del nonno , il rosso dei gerani e il celeste del plumbaco; gli occhi vigili del nonno sempre attenti che non ci facessimo troppo male e che il nostro pallone non danneggiasse le piante. Corrado ed Elena, Paola e Marco, Silvia ed io, i garage erano le nostre stanze da gioco, teatro per gli spettacoli per i genitori, infiniti giri in bicicletta, palla prigioniera, palle di cartapesta… ginocchia sbucciate sul cemento ruvido di quel cortile, e uccellini caduti dai nidi da nutrire e salvare da una sorte avversa.


L’orizzonte si allargava quando ci veniva permesso di giocare nella via con nuovi compagni e nuovi giochi: l’elastico alle caviglie, al polpaccio, alle ginocchia, sempre più difficile… e il giro del palazzo con la bici , via San Lorenzo e via Libertà, passando davanti a Narboni che vendeva acqua e bevande e vino, risento quell’odore di cantina che si respirava all’interno.
Rivivo il calore della mia casa quando nelle sere d’inverno scrutavo la nebbia attraverso i vetri della finestra. E l’incanto della vigilia del 13 dicembre quando aspettavamo con grande emozione il passaggio di Santa Lucia. La magia di quella notte nel sentire la campanella nella strada generava in me paura e felicità insieme che culminavano nel rinnovato stupore di trovare al mattino, ogni anno, i doni tanto attesi e desiderati.
Questo e molto altro vorrei raccontare della mia permanenza a Cortemaggiore in quegli anni. Mi limito a ciò che ricordo del periodo trascorso in via Rubini prima che la vita mi conducesse a vivere lontano, nelle Marche, dove con fatica ho imparato a lasciare andare il passato e conservarne con grande tenerezza i ricordi.

DM

Un ricordo degli anni ’70

Ho vissuto a Cortemaggiore negli anni ’70 con la famiglia, per motivi di lavoro. Un paese accogliente, con molte iniziative che facevano capo all’Oratorio… le Signorine Maria e Irma gestivano il bar e i locali vari di svago per i giovani. Il loro gelato artigianale (unico) era buonissimo…i giovani si ritrovavano in un ambiente sano, socializzando… le Signorine sempre vigili ….non solo al bar!! Era un ambiente che dava tranquillità a noi genitori che eravamo molto attenti all’educazione e formazione dei nostri figli…

Nel palazzo dell’Oratorio, al primo piano, aveva sede anche il Centro Addestramento AGIP di Cortemaggiore, dove si tenevano corsi di vari livelli per il personale addetto agli impianti di perforazione e produzione. Io da S. Donato, sede centrale, ero stata trasferita a Cortemaggiore. Il buon Mattei aveva dato modo, con il lavoro di riunire persone provenienti da ogni parte d’Italia, e Cortemaggiore aveva tratto vantaggio da questo cambiamento…da paese “agricolo” era diventato “industriale” e tutti ne avevamo tratto vantaggio…

Romana Ziliani

Gli strettini

A Cortemaggiore, per noi bambini degli anni 70,  l’estate trascorreva spensierata in strada, sotto casa. Liberi di gestirci , di inventare giochi e situazioni, senza  adulti accanto a suggerirci continuamente cosa fare e come fare. Abitavo negli Strettini in quegli anni e Via Ziotti era piena di vita e di attività, di luci e di rumori. Ci passo ancora ogni tanto,  per riscoprire qualche antica sensazione,  e mi rattrista vedere alcune case disabitate, con gli infissi rovinati dal tempo e dall’abbandono, le saracinesce arrugginite abbassate sui negozi  che un tempo illuminavano la via, ora troppo buia e silenziosa. Provenendo da Via Garibaldi, imboccando gli Strettini, sulla sx c’era la sartoria di Gualazzini,  mi sembra ancora di sentirlo il rumore delle macchine da cucire, la musica della radiolina ed il brusio delle sarte che sotto la supervisione,  prima di Stefano, poi di  suo figlio Gianni, confezionavano abiti da uomo su misura ,  di ottima qualità. Noi bambini,  afferrando le grate delle finestre ci arrampicavamo sul muro per sbirciare dentro, salutare e poi scappare divertiti, qualche volta anche con le ginocchia grattate. Di fronte c’era il negozio di fiori delle sorelle Filiberti , due donne sempre molto silenziose e all’apparenza severe che avevano allestito il negozio in uno stanzino  angusto e buio , piuttosto triste, ma che d’estate si riempiva di colori dentro e fuori;  vasi di fiori ovunque, sul marciapiede, sugli scalini e  appesi alle inferriate delle finestre. Proseguendo in direzione dei giardini, sul lato sx della via c’era il negozio di Pierino il barbiere e accanto il negozio di elettrodomestici di Dante Ghizzoni, un uomo robusto e di poche parole che aveva l’abitudine di riposare in macchina nella pausa pranzo. Ci divertiva restare a guardarlo mentre,  abbandonato sul sedile davanti,  russava sonoramente con la bocca spalancata.  In fondo alla via, poco prima dell’asilo Verdi, c’era il negozio di parrucchiere di Rosanna e Fernanda dalle cui finestre si udiva incessante il  rumore dei phon misto alle chiacchiere e alle risate delle clienti. In mezzo a tutte queste attività c’eravamo noi,  schiamazzanti bambini felici e un po’ selvaggi ,  in strada dalla mattina alla sera ad esasperare i lavoratori, in particolare il povero Pierino  che vedeva continuamente minacciata la sua vetrina dai nostri palloni e che spesso usciva brandendo il rasoio a mo’ di coltello, dicendo  con tono pacato ma deciso “ Des cul balon lè val taj “,  ma noi sapevamo che le sue minacce in dialetto erano bonarie e,  dopo una breve pausa di qualche minuto, ricominciavamo a giocare.  Diverso era quando la minaccia era scandita in italiano, voleva dire che la sua pazienza era davvero giunta al limite e se riusciva a prenderci il pallone, non potevamo far altro che sperare che si trattasse solo di un sequestro. Per riscattare il pallone sapevamo infatti cosa bisognava fare: pulire la vetrina o spazzare  i capelli appena tagliati e rimasti sul pavimento . Povero Piero se n’è andato anche lui in questo anno orribile, ed il dispiacere è stato grande. Se ne va con lui una parte della nostra infanzia spensierata, incontrarlo ogni volta davanti al nuovo negozio sotto i portici, voleva dire ridere ancora  del suo tormento per i nostri palloni ed ogni volta sentirlo  sospirare “ ah ragass im fat tribulà abota ” . 

Elisabetta Corti

Un bianco risveglio

Questa mattina anche a Cortemaggiore, come in tutto il nord Italia, ci siamo risvegliati con una candida sorpresa: la neve, caduta in abbondanza tutta la notte, aveva ricoperto tutto e continuava a scendere con insistenza!

“Presto, usciamo a fare qualche foto !!! “

Via Libertà

Via Libertà è sempre stata una via particolare del nostro paese soprattutto per chi, come il sottoscritto , ha trascorso lì i primi ventisette anni della sua vita. Da una parte i “Trai”, dalla parte opposta i palazzi popolari figli del boom edilizio dei primi anni 50. E dietro questi l’aperta campagna. Anche la strada a differenza delle altre del centro storico era molto più ampia, lunga e diritta e per noi ragazzi era un campo giochi ideale viste le poche macchine che circolavano in quegli anni. Quante partite di pallone, con i nostri maglioni che delimitavano le porte e quante sgridate dagli abitanti soprattutto anziani dei palazzi. La larghezza della strada permetteva anche la disputa di altre discipline, come atletica e ciclismo, mentre gli inverni lunghi e freddi di quei periodi ci davano anche la possibilità di praticare sport invernali tipo bob o slittino utilizzando cartoni che con cura conservavamo proprio per questa evenienza. Il sale a quei tempi era utilizzato solo per condire gli alimenti, e le strade potevano restare ghiacciate per settimane, per la gioia di noi ragazzi (meno per quella degli adulti…) Il campo giochi terminava però al cartello “Zona del silenzio” a pochi metri dall’ ospedale. Mi ha sempre affascinato quel cartello, pensavo che all’ interno non si potesse né giocare ma neppure parlare troppo forte e spesso i ragazzi che abitavano in quella zona venivano in trasferta dalle nostre parti. Io vivevo in uno dei due primi palazzi costruiti, vicino alla Fabbrica e questo era spesso oggetto di discussione con gli altri ragazzi che vivevano nei palazzi costruiti in seguito e sicuramente rifiniti meglio. Solamente il fatto che noi avessimo le persiane mentre gli altri avevano le tapparelle era un problema non di poco conto…Non mancava una certa rivalità tra le due zone ma anche tra i ragazzi dei trai e quelli dei palazzi. Quante battaglie a palle di neve nascosti tra i rottami agricoli che riempivano il “campo di Baderna” di fronte al nostro palazzo e dove si vociferava la presenza di serpenti e topi di dimensioni enormi. La sera però arrivava la tregua, quando, soprattutto durante l’estate ottenevamo il permesso dai nostri genitori di attraversare la strada ed andare ad ascoltare le favole della Peppina. Chi con la sedia portata da casa, chi accovacciato per terra, ci stringevamo intorno a lei mentre imperterrita continuava a sferruzzare a maglia per ascoltare storie fantastiche che ci facevano volare verso castelli fatati o battaglie contro draghi. In quelle sere calde la via era viva e brulicava di gente. Chi come noi aveva davanti all’entrata una piccola rampa di scale restava a prendersi l’ultimo fresco della sera prima di entrare nel forno di casa. Gli adulti parlando tra di loro mentre noi ragazzi ci gustavamo l’ultimo ghiacciolo impiastricciando di vari colori i gradini di ingresso. Gli altri palazzi sopperivano alla mancanza di gradini con le sedie portate da casa e davanti ad ogni entrata sentivi le voci dei giocatori e delle giocatrici di briscola impegnati in partite all’ultimo sangue. “ Dagli un carico”, “ Vai liscio”… Poi d’improvviso calava il silenzio, rotto solo dall’ abbaiare di qualche cane randagio che l’accalappiacani non era ancora riuscito a catturare e naturalmente il tifo di noi bambini era per il cane.. Passando a trovare mia madre in quel palazzo di Via Libertà 39 mi rendo conto che nessuno dei vecchi condomini è rimasto. Molti appartamenti sono rimasti vuoti con le persiane chiuse e con il cartello “vendesi” attaccato fuori. Un condominio negli anni ‘60 era una faccenda ben diversa rispetto ad adesso, c’erano moltissimi bambini ed erano rappresentate diverse generazioni, dalla prima infanzia alla giovinezza ma con lo scorrere del tempo non è mai più stato così. A quei tempi un condominio era un piccolo mondo coeso, ci si conosceva tutti e ognuno aveva le sue caratteristiche: uno era celebre per il pollice verde, l’altro per l’indiscussa abilità nei lavoretti, su alcuni potevi sempre contare e puoi star certo che c’era sempre qualche mamma o qualche nonna che preparava ottimi dolci. Oramai tutto è ben diverso, di coeso non c’è più nulla, e magari fosse solamente una questione di vetustà di infissi….

Mario Cavalli