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La bottega di Santi

La bottega di Santi, per noi ragazzi di quei tempi, era l’antro magico delle cose proibite dove con 10 lire potevi regalarti qualche minuto di felicità. Un posto riservato a due generazioni contrapposte, noi bambini, affascinati da tutta quella miriade di leccornie spesso introvabili da altre parti e i nostri nonni, un po’ nascosti all’interno di un minuscolo retrobottega a rovinarsi il fegato con del vino che non aveva nulla da invidiare a quello al metanolo dei Fratelli Ciravegna assurto alla cronaca nera una ventina di anni fa. Non che i nostri dolciumi fossero da meno in fatto di sofisticazioni. Io ad esempio mi chiedo ancora cosa mettessero all’interno di quelle bottigliette a forma di biberon di svariati colori ma dai sapori sempre uguali, fossero gialle, rosse o verdi. Probabilmente solo acqua e zucchero, ma ricordo anche la sfilza di coloranti indicata sulle bottigliette: E121, E122 e anche il famigerato E123 che dava quel caratteristico color rosso amaranto. Noi ragazzi ne bevevamo in quantità industriali, anche perché il contenuto era veramente misero. C’era poco da fare, se sopravvivevi agli anni 60 diventavi praticamente immune ai coloranti, all’amianto, alle sostanze presenti nel Piccolo Chimico. Se le bottigliette erano il piatto forte della bottega di Santi, penso che ognuno di noi si ricordi di un proprio prodotto preferito. I coni gelato di zucchero, di un dolciastro esagerato che credo abbiano fatto la fortuna del Dott. Volpini, il dentista del paese, la polvere di castagne contenuta in una bustina come quella delle figurine, le giuggiole, i rotoli di liquerizia, i bastoncini sempre di liquerizia, erano sufficienti 5 lire per portarti a casa 5 golia ed aver fatto giornata. Non mancavano anche i gelati confezionati, ma i più gettonati erano i ghiaccioli (io li ricordo a 20 lire). Da Santi potevi trovare sapori “esotici” tipo anice e tamarindo che in altri bar erano introvabili. La bacheca delle paste ho sempre pensato fosse puramente coreografica, paste ornamentali, spesso veri e propri pezzi di artigianato. I più fortunati la domenica, giorno dedicato alla messa e alle paste, riuscivano a portare a casa qualche cannoncino o bignè, di dimensioni esagerate che poteva sfamare un’intera famiglia. Ma se arrivavi tardi erano dolori: erano rimaste quelle paste di sfoglia con un pizzico di zucchero a velo sopra che non davano piacere neppure alla vista, figuriamoci al gusto…E che dire del titolare e delle due sorelle ? Per noi bambini sembravano anziani folletti usciti da qualche favola dei fratelli Grimm pronti a dispensare gioia e felicità. Non so perché ma mi torna sempre in mente la maniglia della porta di ingresso, così diversa da quelle moderne, sia per fattezze che per materiale usato, il legno. Sembrava proprio di attraversare una porta magica ed entrare in un’altra dimensione. Ricordo, dopo qualche anno, quando ormai questo posto unico non era più per noi ragazzi una tappa obbligata delle nostre scorribande in paese, di aver visto le serrande abbassate e di aver immediatamente capito che l’era della bottega di Santi era ormai terminata così come la nostra giovinezza.

Mario Cavalli