Author: Peba78Fes

Il campo da Tennis

Estate 2019: in uno dei miei abituali giri estivi serali con la mia cagnolina Peggy in una Cortemaggiore semi-deserta, mi sono ritrovato, quasi senza accorgermi, davanti al vecchio campo da tennis di Via Mattei. Lo stato di abbandono in cui si trovano il campo in terra rossa, gli spogliatoi, il baracchino, persino l’edificio dove vivevano diverse famiglie di dipendenti Eni e anche sede del barino, mi hanno per un attimo scosso. Ma la cosa che più mi ha colpito è stato il silenzio assordante del luogo, pur essendo a pochi metri da una strada trafficata. Allora ho provato per un attimo a chiudere gli occhi estraniandomi dalla realtà e magicamente ho risentito le voci dei tennisti che si mescolavano con quelle dei giocatori di poker che attorno a un vecchio tavolo di ferro circolare continuavano la loro attività incuranti di tutto quello che avveniva sul rettangolo di gioco. Ho rivisto i volti di ragazzi e ragazze seduti sulle panchine attorno al campo a vedere qualche amico giocare o più semplicemente per passare qualche ora in questa zona franca del paese che soprattutto d’estate offriva ben poco ai giovani e mi sono chiesto come tutto questo era potuto iniziare e finire in così breve tempo. Per me e per tanti ragazzi della mia età o giù di lì, tutto ha inizio nel 1976, quando Adriano Panatta in rapida successione vinceva gli Internazionali d’Italia e il Roland Garros e infine la coppa Davis in Cile con Bertolucci, Barazzutti e Zugarelli. Fino a quell’anno per noi, ragazzi di paese, il tennis era uno sport per ricchi figli di papà. Sapevamo del campo, delle lezioni impartite anche da maestri famosi, di nostri coetanei, soprattutto figli di dipendenti Eni ma anche di qualche “infiltrato” che si dilettavano in questo sport, ma da quando eravamo ancora in fasce sapevamo che il canale del mulino era la nostra colonna d’Ercole, come lo sapevano, a volte anche pagandone le conseguenze, i nostri dirimpettai. Per noi il calcio, i giri in bicicletta, le nuotate nei canali di irrigazione d’estate, il guardie e ladri con il Bruto nel periodo delle ciliegie, erano il nostro mondo. C’era stato qualche approccio con gli abitanti dell’Agip è vero, specie in sfide calcistiche sui loro perfetti campi d’erbetta inglese davanti alle villette dei dirigenti, ma quasi sempre sfociati in liti furiose. Dal 1976 però le cose erano cambiate, il tennis stava diventando uno sport popolare e molti di noi avevano deciso di provarci. All’inizio ci eravamo presentati in punta di piedi, con improbabili abbigliamenti e racchette di fantozziana memoria (ricordo la mia prima racchetta, una Dely e la mia delusione quando avevo scoperto non essere, a dispetto del nome, di provenienza esotica, ma “made in Lugagnano”). Un approccio molto minimalista, anche perché il gestore di quel tempo, non vedeva di buon occhio noi neofiti ma specialmente le nostre scarpe, che a suo parere lasciavano tracce quasi indelebili sulla terra rossa (all’inizio era impensabile presentarsi con scarpe esclusivamente da tennis e allora utilizzavamo normali scarpe da ginnastica con “carroarmato” incorporato sotto le suole). Naturalmente all’inizio gli orari in cui riuscivamo a prenotare per giocare erano improbabili: dalle 6 alle 7 della mattina oppure dalle 13 alle 14 del pomeriggio nelle giornate assolate di fine agosto, prendere o lasciare. Poi piano piano i più tenaci erano riusciti a scalare le gerarchie riuscendo anche ad aggiudicarsi orari più ambiti, tra le 18 e le 20 di sera. Il libro per le prenotazioni era posto all’entrata del baracchino, per permettere al gestore di controllare l’affidabilità della prenotazione, ma una volta durante il cambio dell’ora, mentre stava “tirando” il campo, un ragazzino diciamo abbastanza esuberante era riuscito a prenotare tutta la settimana dalla 6 alle 7 di mattina firmando con i nomi di Panatta, Borg, Barazzutti, Bertolucci…. Ci vollero almeno un paio di alzatacce alle 5 di mattina per capire che di queste giocatori non si sarebbe mai presentato nessuno. Da quel giorno le modalità di prenotazione diventarono ancora più restrittive…

Mario Cavalli

Cortemaggiore, il sogno di una città ideale

«Studiando la storia della famiglia Pallavicino e del loro arrivo alla fine del ‘400 in Cortemaggiore, dopo che tante volte avevo preso in mano la piantina del paese e lo stemma della famiglia, ho notato un particolare che fino ad oggi mi era sfuggito; sovrapponendo alla planimetria del centro antico (entro le mura) di Cortemaggiore lo stemma della famiglia Pallavicino si nota una perfetta aderenza tra i due disegni.
Nei documenti della fine del ‘400 si parla di questo progetto, (della costruzione della nuova capitale dello stato pallavicino), i lavori sarebbero stati affidati all’architetto ducale Maffeo da Como ed al piacentino Ghiberto Manzi.

Si è sempre pensato quindi a Cortemaggiore come frutto del progetto di una “città ideale” che seguiva le nuove regole del Rinascimento, larghe vie, portici, strade dritte e regolari, altri invece supponevano che lo schema di Cortemaggiore richiamasse l’antico insediamento romano, le vie che partendo dall’antico cardo e decumano massimo si sviluppavano per tutto il paese. (Dodi, Torricella, ecc.).

Quella operata dai Pallavicino è una vera e propria rifondazione dell’antica Cortemaggiore, (si cercherà anche di cambiarne il nome in “Castel Lauro”, ma senza successo …), viene ridisegnato ex novo l’intero paese, eliminati gli edifici vecchi e le strette strade medievali per far spazio alla nuova città; la Capitale.

La struttura perfettamente ridisegnata coincide esattamente con lo stemma della famiglia regnante, non solo; il centro del potere, la rocca ed il palazzo, vengono proprio a coincidere con la parte dello stemma che rappresenta l’aquila imperiale, (sinistra in alto, corrispondente all’angolo sud-est del borgo).
Le mura di cinta seguono proporzionalmente le linee di confine dello stemma, una firma indelebile dei Pallavicino nel tempo.

Ho cercato notizie riguardanti la costruzione del paese. Si parla in effetti sempre di progetto unitario, di ricostruzioni ex novo, di definizione della struttura del paese attraverso disegni e progetti, di costruzioni di edifici sia pubblici che privati che religiosi, e di un sistema di mura e fossati che delineava il perimetro di questa nuova città. Vengono iniziati subito i lavori, della rocca e del palazzo, contemporaneamente al sistema difensivo, poi la chiesa, l’ospedale per i pellegrini … tutti blocchi regolari, precisi lotti di terreno che ne compongono la scacchiera.

La mia teoria sarebbe quindi quella che gli architetti Maffeo da Como e Ghiberto Manzi abbiano disegnato il progetto della nuova Cortemaggiore ricalcandone la planimetria dallo stemma della casata che avrebbe regnato su quella città, lo stemma proprio dei Pallavicino di Cortemaggiore, come lo si trova affrescato nella chiesa dell’Annunciata».

Chiara Belloni