Mese: Luglio 2020

Via Libertà

Via Libertà è sempre stata una via particolare del nostro paese soprattutto per chi, come il sottoscritto , ha trascorso lì i primi ventisette anni della sua vita. Da una parte i “Trai”, dalla parte opposta i palazzi popolari figli del boom edilizio dei primi anni 50. E dietro questi l’aperta campagna. Anche la strada a differenza delle altre del centro storico era molto più ampia, lunga e diritta e per noi ragazzi era un campo giochi ideale viste le poche macchine che circolavano in quegli anni. Quante partite di pallone, con i nostri maglioni che delimitavano le porte e quante sgridate dagli abitanti soprattutto anziani dei palazzi. La larghezza della strada permetteva anche la disputa di altre discipline, come atletica e ciclismo, mentre gli inverni lunghi e freddi di quei periodi ci davano anche la possibilità di praticare sport invernali tipo bob o slittino utilizzando cartoni che con cura conservavamo proprio per questa evenienza. Il sale a quei tempi era utilizzato solo per condire gli alimenti, e le strade potevano restare ghiacciate per settimane, per la gioia di noi ragazzi (meno per quella degli adulti…) Il campo giochi terminava però al cartello “Zona del silenzio” a pochi metri dall’ ospedale. Mi ha sempre affascinato quel cartello, pensavo che all’ interno non si potesse né giocare ma neppure parlare troppo forte e spesso i ragazzi che abitavano in quella zona venivano in trasferta dalle nostre parti. Io vivevo in uno dei due primi palazzi costruiti, vicino alla Fabbrica e questo era spesso oggetto di discussione con gli altri ragazzi che vivevano nei palazzi costruiti in seguito e sicuramente rifiniti meglio. Solamente il fatto che noi avessimo le persiane mentre gli altri avevano le tapparelle era un problema non di poco conto…Non mancava una certa rivalità tra le due zone ma anche tra i ragazzi dei trai e quelli dei palazzi. Quante battaglie a palle di neve nascosti tra i rottami agricoli che riempivano il “campo di Baderna” di fronte al nostro palazzo e dove si vociferava la presenza di serpenti e topi di dimensioni enormi. La sera però arrivava la tregua, quando, soprattutto durante l’estate ottenevamo il permesso dai nostri genitori di attraversare la strada ed andare ad ascoltare le favole della Peppina. Chi con la sedia portata da casa, chi accovacciato per terra, ci stringevamo intorno a lei mentre imperterrita continuava a sferruzzare a maglia per ascoltare storie fantastiche che ci facevano volare verso castelli fatati o battaglie contro draghi. In quelle sere calde la via era viva e brulicava di gente. Chi come noi aveva davanti all’entrata una piccola rampa di scale restava a prendersi l’ultimo fresco della sera prima di entrare nel forno di casa. Gli adulti parlando tra di loro mentre noi ragazzi ci gustavamo l’ultimo ghiacciolo impiastricciando di vari colori i gradini di ingresso. Gli altri palazzi sopperivano alla mancanza di gradini con le sedie portate da casa e davanti ad ogni entrata sentivi le voci dei giocatori e delle giocatrici di briscola impegnati in partite all’ultimo sangue. “ Dagli un carico”, “ Vai liscio”… Poi d’improvviso calava il silenzio, rotto solo dall’ abbaiare di qualche cane randagio che l’accalappiacani non era ancora riuscito a catturare e naturalmente il tifo di noi bambini era per il cane.. Passando a trovare mia madre in quel palazzo di Via Libertà 39 mi rendo conto che nessuno dei vecchi condomini è rimasto. Molti appartamenti sono rimasti vuoti con le persiane chiuse e con il cartello “vendesi” attaccato fuori. Un condominio negli anni ‘60 era una faccenda ben diversa rispetto ad adesso, c’erano moltissimi bambini ed erano rappresentate diverse generazioni, dalla prima infanzia alla giovinezza ma con lo scorrere del tempo non è mai più stato così. A quei tempi un condominio era un piccolo mondo coeso, ci si conosceva tutti e ognuno aveva le sue caratteristiche: uno era celebre per il pollice verde, l’altro per l’indiscussa abilità nei lavoretti, su alcuni potevi sempre contare e puoi star certo che c’era sempre qualche mamma o qualche nonna che preparava ottimi dolci. Oramai tutto è ben diverso, di coeso non c’è più nulla, e magari fosse solamente una questione di vetustà di infissi….

Mario Cavalli

La bottega di Santi

La bottega di Santi, per noi ragazzi di quei tempi, era l’antro magico delle cose proibite dove con 10 lire potevi regalarti qualche minuto di felicità. Un posto riservato a due generazioni contrapposte, noi bambini, affascinati da tutta quella miriade di leccornie spesso introvabili da altre parti e i nostri nonni, un po’ nascosti all’interno di un minuscolo retrobottega a rovinarsi il fegato con del vino che non aveva nulla da invidiare a quello al metanolo dei Fratelli Ciravegna assurto alla cronaca nera una ventina di anni fa. Non che i nostri dolciumi fossero da meno in fatto di sofisticazioni. Io ad esempio mi chiedo ancora cosa mettessero all’interno di quelle bottigliette a forma di biberon di svariati colori ma dai sapori sempre uguali, fossero gialle, rosse o verdi. Probabilmente solo acqua e zucchero, ma ricordo anche la sfilza di coloranti indicata sulle bottigliette: E121, E122 e anche il famigerato E123 che dava quel caratteristico color rosso amaranto. Noi ragazzi ne bevevamo in quantità industriali, anche perché il contenuto era veramente misero. C’era poco da fare, se sopravvivevi agli anni 60 diventavi praticamente immune ai coloranti, all’amianto, alle sostanze presenti nel Piccolo Chimico. Se le bottigliette erano il piatto forte della bottega di Santi, penso che ognuno di noi si ricordi di un proprio prodotto preferito. I coni gelato di zucchero, di un dolciastro esagerato che credo abbiano fatto la fortuna del Dott. Volpini, il dentista del paese, la polvere di castagne contenuta in una bustina come quella delle figurine, le giuggiole, i rotoli di liquerizia, i bastoncini sempre di liquerizia, erano sufficienti 5 lire per portarti a casa 5 golia ed aver fatto giornata. Non mancavano anche i gelati confezionati, ma i più gettonati erano i ghiaccioli (io li ricordo a 20 lire). Da Santi potevi trovare sapori “esotici” tipo anice e tamarindo che in altri bar erano introvabili. La bacheca delle paste ho sempre pensato fosse puramente coreografica, paste ornamentali, spesso veri e propri pezzi di artigianato. I più fortunati la domenica, giorno dedicato alla messa e alle paste, riuscivano a portare a casa qualche cannoncino o bignè, di dimensioni esagerate che poteva sfamare un’intera famiglia. Ma se arrivavi tardi erano dolori: erano rimaste quelle paste di sfoglia con un pizzico di zucchero a velo sopra che non davano piacere neppure alla vista, figuriamoci al gusto…E che dire del titolare e delle due sorelle ? Per noi bambini sembravano anziani folletti usciti da qualche favola dei fratelli Grimm pronti a dispensare gioia e felicità. Non so perché ma mi torna sempre in mente la maniglia della porta di ingresso, così diversa da quelle moderne, sia per fattezze che per materiale usato, il legno. Sembrava proprio di attraversare una porta magica ed entrare in un’altra dimensione. Ricordo, dopo qualche anno, quando ormai questo posto unico non era più per noi ragazzi una tappa obbligata delle nostre scorribande in paese, di aver visto le serrande abbassate e di aver immediatamente capito che l’era della bottega di Santi era ormai terminata così come la nostra giovinezza.

Mario Cavalli

Ricordi Estivi anni ’90

L’ascolto di un brano e il clima caldo di questi giorni mi hanno riportato alla memoria un periodo bellissimo che ricorderò per sempre…. Luglio  anni 90 quelli di Baggio e delle notti magiche…quelli che quando in sella al mio “ciao” bianco  e con i miei compagni d’avventura, tiravo pecorella (lui che  aveva solo una bici dell’800 ) e si andava nei campi oltre san Pietro in cerro a raccogliere  l’aglio. Finita la giornata tornavamo in paese e la  tappa fissa era il campo da tennis. Una volta entrati  la prima cosa che ci veniva detta era “siete stati in piscina ?”… Le risposte le lascio immaginare e si cominciava cosi a ridere con “battute su battute” (tanto era un campo da tennis).

Chi giocava sul campo di terra rossa si girava scocciato chiedendo un po’ di silenzio e noi imitando lo speaker “quiet please “… (e giù a ridere) Milo serra  continuava imperterrito a raccontare barzellette e noi cercavamo di stare in silenzio ma era impossibile ricordo che Mario Cavalli cervava di riportare la serietà “dai milo lasa le “… missione impossibile.

A noi, che più che altro giocavamo a calcio,  piaceva però  prenotare qualche ora a tennis… ma era sempre occupato! I nomi che ricordo sempre stampati sul foglio delle prenotazioni erano quelli di Gambazza  e  Maffini Ivo, Cavalli, Compiani e anche Serra ma per noi ragazzini le uniche ore libere erano quelle che non voleva nessuno quelle dove con 40 gradi all’ombra non riuscivi nemmeno a vedere la pallina tanto era il sudore che ti grondava negli occhi e la polvere rossa  sollevata creava un’aria irrespirabile tanto che avevamo una bandana sulla fronte ed una al collo…

Però  quanto sono stati  belli quei tempi ? Ora vi chiederete…. Qual è la canzone che ha ricordato tutto questo e soprattutto chi era pecorella ? Rimarrà un segreto nascosto in uno spicchio d’aglio.

Filippo Corti