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Ricordi di maggio

Stasera il suono delle campane della vicina Chiesa dei frati mi ha fatto tornare alla mente i mesi di maggio di tanti anni fa quando nel nostro paese i rosari recitati in tanti garage, case, o giardini privati erano per noi bambini il preludio della stagione estiva che stava per arrivare. Era il momento di lasciarci alle spalle i mesi bui e freddi dell’inverno dove era praticamente impossibile uscire alla sera dopo cena se non accompagnati dai genitori solo per eventi speciali ed avere l’occasione di vederci in orari “da grandi” che non fossero la mattina a scuola o nei giochi pomeridiani. Naturalmente del Rosario ci importava poco o niente. Ma i pochi minuti che riuscivamo a rubare al termine della funzione prima che i nostri genitori ci riportassero con le buone o con le cattive a casa, erano per noi un frutto proibito che aspettavamo da mesi. Un mese particolare maggio, il buio alla sera non arrivava mai, la temperatura ti invogliava a metterti le maniche corte, ci sembrava di toccare con mano le agognate vacanze estive, ma la scuola non era ancora terminata e senza il Rosario non avremmo mai potuto sperare in una libera uscita anticipata. E questo maggio del 2020, così strano e diverso per altri motivi mi fa ancora pensare al bambino di 50 anni fa che scalpitava per scendere in strada con gli amici.

Mario Cavalli

Il campo da Tennis

Estate 2019: in uno dei miei abituali giri estivi serali con la mia cagnolina Peggy in una Cortemaggiore semi-deserta, mi sono ritrovato, quasi senza accorgermi, davanti al vecchio campo da tennis di Via Mattei. Lo stato di abbandono in cui si trovano il campo in terra rossa, gli spogliatoi, il baracchino, persino l’edificio dove vivevano diverse famiglie di dipendenti Eni e anche sede del barino, mi hanno per un attimo scosso. Ma la cosa che più mi ha colpito è stato il silenzio assordante del luogo, pur essendo a pochi metri da una strada trafficata. Allora ho provato per un attimo a chiudere gli occhi estraniandomi dalla realtà e magicamente ho risentito le voci dei tennisti che si mescolavano con quelle dei giocatori di poker che attorno a un vecchio tavolo di ferro circolare continuavano la loro attività incuranti di tutto quello che avveniva sul rettangolo di gioco. Ho rivisto i volti di ragazzi e ragazze seduti sulle panchine attorno al campo a vedere qualche amico giocare o più semplicemente per passare qualche ora in questa zona franca del paese che soprattutto d’estate offriva ben poco ai giovani e mi sono chiesto come tutto questo era potuto iniziare e finire in così breve tempo. Per me e per tanti ragazzi della mia età o giù di lì, tutto ha inizio nel 1976, quando Adriano Panatta in rapida successione vinceva gli Internazionali d’Italia e il Roland Garros e infine la coppa Davis in Cile con Bertolucci, Barazzutti e Zugarelli. Fino a quell’anno per noi, ragazzi di paese, il tennis era uno sport per ricchi figli di papà. Sapevamo del campo, delle lezioni impartite anche da maestri famosi, di nostri coetanei, soprattutto figli di dipendenti Eni ma anche di qualche “infiltrato” che si dilettavano in questo sport, ma da quando eravamo ancora in fasce sapevamo che il canale del mulino era la nostra colonna d’Ercole, come lo sapevano, a volte anche pagandone le conseguenze, i nostri dirimpettai. Per noi il calcio, i giri in bicicletta, le nuotate nei canali di irrigazione d’estate, il guardie e ladri con il Bruto nel periodo delle ciliegie, erano il nostro mondo. C’era stato qualche approccio con gli abitanti dell’Agip è vero, specie in sfide calcistiche sui loro perfetti campi d’erbetta inglese davanti alle villette dei dirigenti, ma quasi sempre sfociati in liti furiose. Dal 1976 però le cose erano cambiate, il tennis stava diventando uno sport popolare e molti di noi avevano deciso di provarci. All’inizio ci eravamo presentati in punta di piedi, con improbabili abbigliamenti e racchette di fantozziana memoria (ricordo la mia prima racchetta, una Dely e la mia delusione quando avevo scoperto non essere, a dispetto del nome, di provenienza esotica, ma “made in Lugagnano”). Un approccio molto minimalista, anche perché il gestore di quel tempo, non vedeva di buon occhio noi neofiti ma specialmente le nostre scarpe, che a suo parere lasciavano tracce quasi indelebili sulla terra rossa (all’inizio era impensabile presentarsi con scarpe esclusivamente da tennis e allora utilizzavamo normali scarpe da ginnastica con “carroarmato” incorporato sotto le suole). Naturalmente all’inizio gli orari in cui riuscivamo a prenotare per giocare erano improbabili: dalle 6 alle 7 della mattina oppure dalle 13 alle 14 del pomeriggio nelle giornate assolate di fine agosto, prendere o lasciare. Poi piano piano i più tenaci erano riusciti a scalare le gerarchie riuscendo anche ad aggiudicarsi orari più ambiti, tra le 18 e le 20 di sera. Il libro per le prenotazioni era posto all’entrata del baracchino, per permettere al gestore di controllare l’affidabilità della prenotazione, ma una volta durante il cambio dell’ora, mentre stava “tirando” il campo, un ragazzino diciamo abbastanza esuberante era riuscito a prenotare tutta la settimana dalla 6 alle 7 di mattina firmando con i nomi di Panatta, Borg, Barazzutti, Bertolucci…. Ci vollero almeno un paio di alzatacce alle 5 di mattina per capire che di queste giocatori non si sarebbe mai presentato nessuno. Da quel giorno le modalità di prenotazione diventarono ancora più restrittive…

Mario Cavalli